L'AI non ti sostituisce. Smettere di dare valore sì
Il criterio di chi assume: la persona a cui lasci le chiavi dell'azienda per una settimana
7 min di lettura
Nessuno ti assume per pietà
In questo periodo vedo molta incertezza tra gli sviluppatori. C'è chi ha paura di essere sostituito dall'AI, chi pensa che anni di studio abbiano perso valore, chi non sa più bene quale sia il proprio ruolo. Ne ho scritto da poco su LinkedIn, e questo è il ragionamento intero che in quel post non ci stava.
La risposta breve: il motivo per cui un'azienda sceglie una persona non è cambiato. Un'azienda lavora con te finché il tuo lavoro la aiuta a crescere, a fatturare, a portare un prodotto sul mercato o a portarlo più in alto. Nessuno assume per pietà, e nessuno rinnova una collaborazione per gentilezza.
Detta così suona cinica. Io la leggo come una buona notizia, perché è l'unico criterio che l'AI non ha toccato. Anzi, oggi pesa più di prima: se scrivere codice costa meno, quello che un'azienda paga davvero è tutto il resto.
Il treno sui binari
Dal 2018 al 2023 ho lavorato in consulenza, tra Deloitte, Doing e Minsait. Ho imparato tanto e non lo rinnego. Ma per buona parte di quel tempo mi sono sentito frenato, come un treno che segue i binari: il percorso era già tracciato, il mio compito era arrivare in orario alla stazione successiva.
Nel 2023 sono diventato freelance per un motivo preciso: scegliere con chi lavorare. Startup a cui posso dare valore davvero, e con cui mi sento in sintonia. È ancora oggi il filtro con cui dico sì o no a un progetto, e non è cambiato.
Il lavoro non è diminuito, anzi. In compenso ho potuto usare tutto quello che avevo accumulato, gli studi, i progetti, l'abitudine a scomporre un problema, e lavorare con ogni startup come se il progetto fosse mio. Che in pratica vuol dire impegnarsi al massimo per dare a chi ti ha chiamato gli strumenti per salire di livello, non solo chiudere i ticket che ti assegnano.
Il progetto come se fosse mio
Un esempio, senza nomi. Sono entrato in una startup per lavorare su sito e prodotto, e ho avuto modo di guardare la situazione a 360 gradi: cosa vedevano i clienti, cosa vedeva chi poteva diventarlo, cosa avrebbe visto un investitore.
Da lì sono nate delle proposte. Miglioramenti concreti, pensati per attirare l'attenzione di quelle tre categorie di persone, non per rendere il codice più elegante. Ci siamo messi a studiarle insieme, poi mi ci sono messo sotto. Ci sono state notti quasi in bianco, non lo nascondo.
Il risultato sperato è arrivato, ed è stato un boost vero per l'attività. Sito e prodotto riprogettati da zero, e una startup che poi ha raccolto quasi 2 milioni di euro: lo trovi anche nella pagina Chi sono.
Con loro lavoro ancora oggi, e non solo sul codice. A volte è tech, a volte è business, a volte è produttività interna. Tutto quello che serve, con quello che so fare. E dove si può, anche far risparmiare soldi, che è una forma di valore che si dimentica spesso.
A chi lasceresti l'azienda per una settimana
C'è una cosa che a volte perdiamo di vista: quasi mai stiamo salvando il mondo o delle vite. Stiamo portando in vita prodotti e servizi, e cercando di portarli più in alto.
Per farlo non serve il programmatore più forte del paese. Non serve chi conosce venti linguaggi e cento librerie e ha fatto i progetti più disparati. L'esperienza conta, e molto, perché ti fa riconoscere un problema prima che esploda. Ma non è quella che decide.
Se dovessi assumere qualcuno, cercherei questo. Una persona che si prende a cuore il progetto, che ragiona sulle soluzioni e propone miglioramenti, che affronta i problemi senza fermarsi al primo ostacolo e si prende la responsabilità di portare il lavoro fino in fondo. È il tipo di persona che porta valore a un'azienda, ed è uno dei motivi per cui ho sempre scelto di lavorare con le startup.
L'AI non rende queste persone meno necessarie. Le rende più veloci.
Prima ero uno sviluppatore React
Prima dell'AI ero già un full-stack abbastanza largo: React e Next.js, React Native con Expo SDK, Node.js, pipeline CI/CD, deploy su Vercel, Cloudflare e Netlify, ma anche on-premise dietro Nginx e Apache. Ne ho viste di cotte e di crude. Il resto era rimasto inesplorato: tra un impegno e l'altro, il tempo per approfondire non c'era.
Con l'AI ho potuto approfondire cose che conoscevo appena:
- Tauri, per portare un'app sul desktop;
- SwiftUI e Kotlin, per il nativo su iOS e Android;
- three.js, che resta una libreria complessa anche quando sai cosa vuoi disegnare;
- firmware per microcontrollori che non avevo mai toccato.
L'elenco conta meno di come ci sono arrivato. Mentre ragiono con l'AI su un problema e sulle soluzioni da proporre, saltano fuori librerie, linguaggi e tool che non conoscevo, o che conoscevo solo di nome. Sul tavolo delle soluzioni se ne aggiungono altre. Le imparo facendole, ed è un learning by doing che si autoalimenta: quello che imparo su un prodotto me lo rivendo sul successivo.
È anche il pezzo che l'AI, per ora, non sa fare bene da sola: tenere aperta una gamma larga di alternative quando c'è da scegliere. Tende a proporti la strada più battuta. Sapere che ne esistono altre tre, e quale reggerà meglio fra due anni, resta un lavoro tuo. E più cose hai provato, più quella gamma è larga.
Per questo penso che dovremmo vederci sempre meno come sviluppatori di un linguaggio e sempre più come problem solver. Il linguaggio è lo strumento del progetto di turno.
Che non vuol dire delegare il pensiero. L'AI mi aiuta a costruire molto di più, ma scegliere cosa costruire, come farlo, e garantire qualità, affidabilità e sicurezza resta una mia responsabilità. Come la tengo in pratica, con le domande prima del codice e la review delle mie stesse PR, l'ho raccontato in Shippare veloce è la parte facile.
Quando il gap non c'è più
Essere utili non è una condizione permanente, e da freelance lo vedi in modo molto diretto.
Mi è capitato di lavorare con startup dove sono servito fino a un certo punto. Avevano bisogno di un boost, o di coprire un gap tecnico, e dopo il tempo che sono rimasto dentro quel gap non c'era più. Non è un male: spesso è proprio il motivo per cui si prende un freelance. Una collaborazione breve, in cui lasci al team tutto il necessario per andare avanti in modo indipendente.
Con altre ci si trova così bene che la collaborazione va avanti a lungo, con periodi in cui dedico più tempo e periodi in cui ne dedico meno. In altri casi il budget finisce, o sta per finire, e il cliente è costretto a fare una scelta.
In tutti e tre i casi la domanda dall'altra parte del tavolo è la stessa: cosa mi sta portando questa persona. L'AI non ha cambiato nessuno di questi finali. Ha cambiato quanto riesci a fare prima di arrivarci.
Per questo, quando una collaborazione breve sta per chiudersi, la domanda che mi faccio è una sola: lunedì mattina il team riesce ad andare avanti senza di me? Se la risposta è sì, ho fatto il lavoro per cui mi avevano chiamato.
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Costruisco software per aziende e startup dal 2018. Se sul tuo prodotto serve una mano, scrivimi: nel peggiore dei casi ti porti a casa un'opinione gratis.
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